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ISTAT: il dottorato di ricerca paga, ma di più chi emigra

I risultati di una interessante ricerca ISTAT sul mercato del lavoro per chi consegue un dottorato di ricerca

Rapporto-Istat-2015
L’ISTAT ha presentato di recente la 23° edizione del Rapporto annuale sulla situazione del Paese, che, nel Capitolo 4 (punto 4.3.2 dedicato al mercato del lavoro) presenta un interessante “focus” sui dottori di ricerca. In particolare, alla luce di una recente indagine sull’inserimento professionale dei dottori di ricerca, condotta nel 2014, viene esaminata la condizione e il percorso occupazionale dei circa 22.000 dottori che hanno conseguito il titolo negli anni 2008 e 2010. Per ciascuna delle due “leve” si tratta di 11.000 individui, di cui circa il 52% sono donne.

Malgrado la grave crisi economica del 2008 e 2010, i dottori di ricerca presentano livelli di occupazione molto elevati. A quattro anni dal conseguimento del titolo il 91,5% e il 93,3% dei dottori, rispettivamente del 2010 e del 2008, svolge un’attività lavorativa. Risultano più alte le percentuali degli occupati, oltre il 95% a quattro anni e oltre il 96% a sei, dei dottori delle scienze matematiche e informatiche e dell’ingegneria industriale e dell’informazione. Ma anche tra i dottori delle scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche le percentuali, sebbene più basse, sono comunque elevate (87,6% a quattro anni e 88,7% a sei anni dal dottorato).

Riguardo le caratteristiche del lavoro svolto, il 42,4% dei dottori 2008 occupati e il 32% di quelli 2010 – secondo l’ISTAT – è dipendente a tempo indeterminato. La maggior parte dei lavori a termine è riconducibile a una borsa di studio o un assegno di ricerca, 17,1% per i dottori 2008 e 27,2% per i dottori 2010.

L’85,2% dei dottori di ricerca occupati svolge una professione intellettuale, scientifica o di elevata specializzazione. Il 73,9% di loro dichiara di svolgere, in parte o in prevalenza, attività di ricerca e sviluppo o attività mirate ad accrescere le conoscenze o a studiare innovazioni tecnologiche per migliorare o creare nuovi prodotti o processi di produzione. In queste attività sono coinvolti l’84,1% dei dottori che provengono dall’area delle scienze fisiche, il 79,7% di quelli provenienti dall’ingegneria industriale e dell’informazione e il 78% dei provenienti dalle scienze matematiche e informatiche.

I dati riportati dimostrano dunque che, rispetto alle altre categorie, i dottori di ricerca hanno più elevati tassi di occupazione e le professioni da loro svolte corrispondono maggiormente al livello del titolo conseguito. Una nota dolente è però rappresentata dalla “mobilità intellettuale” tra l’Italia e gli altri Paesi, che presenta un saldo negativo per l’Italia e in peggioramento; l’Italia offre minori possibilità di lavoro di alta qualificazione e retribuzioni più basse. A sei anni dal conseguimento del titolo, i dottori dichiarano di percepire dal complesso delle loro attività lavorative un reddito netto mediano mensile pari a 1.750 euro, registrandosi per le donne guadagni sistematicamente più bassi degli uomini (anche per una maggiore incidenza di lavori a regimi orari ridotti: il 19,5% delle occupate ha un lavoro part time, rispetto al 9,1% degli occupati).

I dati relativi alla “mobilità intellettuale” pubblicati dall’ISTAT mostrano che il 12,9% dei dottori di ricerca del 2008 e del 2010 risiedono abitualmente all’estero, in sensibile aumento rispetto alla percentuale del 7% dei dottori 2004 e 2006. Emigrano più gli uomini (16,6%) delle donne (9,6%) e soprattutto i dottori di ricerca nelle scienze fisiche (31,5%) e nelle scienze matematiche o informatiche (22,4%), molto meno quelli che hanno conseguito un dottorato in scienze giuridiche (7,5%) o in scienze agrarie e veterinarie (8,1%). Dal punto di vista geografico, l’emigrazione dei dottori di ricerca italiani avviene maggiormente verso il Regno Unito (16,3% dei dottori), gli Stati Uniti d’America (15,7%), la Francia (14,2%), la Germania (11,4%) e la Svizzera (8,9%). Tra le motivazioni della decisione di lasciare l’Italia, per oltre l’85% dei dottori di ricerca si tratta di maggiori opportunità di lavoro, più qualificato e meglio retribuito.

Bisogna dunque darsi da fare per trasformare l’emigrazione in circolarità: banale da dire, ma evidentemente meno banale da realizza- re, almeno per i Governi del Paese.

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