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Ridefinizione dei comparti al via? Ma i comparti sempre quattro sono …

comparti

 

Secondo quanto riportato dalla stampa, il ministro Madia ha chiesto all’ARAN di riaprire la trattativa per raggiungere l’accordo sulla ridefinizione dei comparti, in attuazione della riforma Brunetta; riforma che, come si ricorderà, ha modificato l’art. 40 del D.Lgs. 165/ 2001 disponendo, al comma 2, che devono essere definiti “fino a un massimo di quattro comparti di contrattazione collettiva nazionale, cui corrispondono non più di quattro separate aree per la dirigenza. Una apposita sezione contrattuale di un’area dirigenziale riguarda la dirigenza del ruolo sanitario del Servizio sanitario nazionale. Nell’ambito dei comparti di contrattazione possono essere costituite apposite sezioni contrattuali per specifiche professionalità”.

La drastica riduzione del numero dei comparti (attualmente, i comparti di contrattazione so-no 12, di cui uno riservato agli EPR, e le aree dirigenziali sono 9) ha fatto finora naufragare i tentativi fatti per arrivare all’accordo sulla definizione dei comparti stessi, necessario atto preliminare per avviare i rinnovi contrattuali dopo lo sblocco determinato dalla nota sentenza della Corte Costituzionale.

Ora, in un documento congiunto del 1° ottobre, CGIL-CISL-UIL si sono dichiarate pronte all’accordo. “Tale accordo – afferma il documento dei confederali – può essere raggiunto in tempi celeri con comparti che unifichino settori omogenei prevedendo al loro interno sezioni contrattuali e salvaguardando così le specificità e la rappresentatività”.

Secondo alcuni organi di stampa, per la CGIL la proposta sarebbe quella di “unire le funzioni centrali (ministeri, presidenza consiglio, agenzie fiscali, enti pubblici non economici), mettere insieme tutta la sanità, poi gli enti locali e infine il settore della conoscenza (scuola, università, enti di ricerca)”.

Traspare chiaramente, dal documento del 1° ottobre, nonché da precedenti dichiarazioni, il tentativo di CGIL-CISL-UIL di applicare in maniera molto originale la riforma Brunetta, stravolgendo il contenuto della stessa e trasformando le “sezioni contrattuali” che la norma riserve a “specifiche professionalità”, quali ad esempio i Ricercatori e Tecnologi degli EPR, in sezioni contrattuali per specifici settori, quale potrebbe essere quello degli enti di ricerca all’interno del comparto della conoscenza proposto dalla CGIL. Comprendiamo e condividiamo l’obiettivo di salvaguardare la rappresentatività degli sindacati di categoria all’interno del mega-comparto ma non è certo questa la strada giusta (!).

Questa operazione, se andasse in porto, penalizzerebbe fortemente i Ricercatori e Tecnologi degli EPR, mettendo a rischio il mantenimento di quelle norme contrattuali attualmente vigenti (e che derivano in larga parte dal contratto stipulato nel 1998 in Area dirigenziale) che ne riconoscono l’autonomia nello svolgimento della propria attività, la titolarità della ricerca affidatagli, la paternità delle invenzioni conseguenti la propria attività di ricerca scientifica e tecnologica, l’autonoma determinazione dell’orario di lavoro, l’autonomia nella gestione delle ferie e dell’attività fuori sede, nonché il diritto a svolgere attività destinate ad arricchimento professionale quali ricerca libera utilizzando le strutture dell’Ente, attività di docenza, collaborazioni professionali, … .

L’ANPRI si adopererà affinché la “specifica professionalità” dei Ricercatori e Tecnologi degli EPR venga salvaguardata, indipendentemente dal mega-comparto di contrattazione in cui saranno compresi gli Enti di ricerca, con la costituzione di un’apposita sezione riservata, per l’appunto, ai Ricercatori e Tecnologi, nel pieno rispetto della volontà del legislatore.

 

 

Questa notizia è stata pubblicata nella newsletter ANPRI dell’8 ottobre 2015.

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