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Ricerca, Draghi: “Alla Ue serve un Erc delle istituzioni”

ROMA, 4 dicembre – “L’Europa vive oggi un momento di verità. Negli ultimi vent’anni siamo passati dall’essere un continente che accoglieva le nuove tecnologie – riducendo il divario con gli Stati Uniti – a uno che ha progressivamente eretto barriere all’innovazione e alla sua adozione. Considerato il nostro profilo demografico, se l’Ue mantenesse semplicemente il tasso medio di crescita della produttività dell’ultimo decennio, tra 25 anni l’economia avrebbe, di fatto, la stessa dimensione di oggi”. Il monito è arrivato da Mario Draghi, che pochi giorni fa è intervenuto alla cerimonia di inaugurazione del 163esimo Anno accademico del Politecnico di Milano, ateneo di cui l’ex premier è presidente del Consiglio degli studenti.
Draghi ha spiegato che “la crescita è essenziale per affrontare le nuove esigenze sociali, politiche, economiche, di sicurezza che si presentano continuamente a uno stato” e che non basta adagiarsi su un benessere che scaturisce dalla combinazione di produttività stagnante e calo demografico.
Tuttavia, bisogna fare i conti con l’accelerazione del cambiamento tecnologico e, ha chiarito l’ex presidente Bce, “stime credibili suggeriscono che l’Ia potrebbe innalzare in modo sostanziale il percorso di crescita delle economie avanzate”.
Draghi si è soffermato poi sui rischi e sulle opportunità della nuova rivoluzione digitale in termini occupazionali e sui costi e le limitazioni agli investimenti che derivano da un eccesso di regolazione prudenziale da parte delle istituzioni europee: “Il primo passo per riportare l’Europa sulla strada dell’innovazione è quindi cambiare questa cultura della precauzione: ridurre l’onere della prova che imponiamo alle nuove tecnologie e attribuire al potenziale dell’Ia lo stesso peso che attribuiamo ai suoi rischi”. Ma “la buona notizia è che questo cambiamento è già iniziato”.
Secondo l’ex capo del governo, “le istituzioni pubbliche svolgono un ruolo centrale finanziando la ricerca di base in aree in cui gli incentivi privati sono deboli” e “il sistema universitario europeo offre una istruzione di alta qualità a un grandissimo numero di studenti, ma stenta ad affermarsi tra i leaders della ricerca a livello mondiale, dove primeggiano Cina. e Stati Uniti”. Per Draghi, “non credo dovremmo abbandonare il nostro modello, ma effettuare alcuni interventi efficaci. L’Europa non difetta di finanziamenti per la ricerca rispetto ad altre regioni. La spesa pubblica in R&s nell’Ue, in percentuale del Pil, è paragonabile a quella degli Stati Uniti. Il problema è che solo circa il 10% di questa spesa avviene a livello europeo, dove potrebbe essere destinata a grandi programmi di trasformazione dirompente. Un miglior coordinamento è quindi essenziale per avvicinarsi alla frontiera globale”.
Poi ecco il progetto per “l’istituzione di un programma altamente competitivo per favorire l’emergere di istituzioni di ricerca di livello mondiale – un ‘Erc per le istituzioni’”. Idea cui si aggiunge “la creazione di un nuovo schema di ‘cattedre europee’, finanziate direttamente dal bilancio Ue, per offrire ai migliori ricercatori posizioni stabili e attrattive in settori strategici”. Inoltre, secondo Draghi, “esiste un enorme margine per migliorare la commercializzazione della ricerca di base. Sebbene le università europee generino un ampio volume di brevetti, solo circa un terzo delle invenzioni brevettate viene effettivamente commercializzato. Questo divario deriva da varie debolezze strutturali: regole poco chiare sulla proprietà intellettuale; scarsa integrazione in cluster dove start-up, grandi imprese e venture capital possono rafforzarsi reciprocamente; e barriere che rendono difficile la crescita per le imprese più giovani”. Di conseguenza, “chiarire la proprietà intellettuale, consentire a fondi pensione e assicurativi di investire nel venture capital e creare un autentico ‘ventottesimo regime’ per le imprese innovative rafforzerebbe in modo significativo l’ecosistema europeo dell’innovazione”.
Infine, secondo Draghi, “una riforma chiave sarebbe una versione europea del Bayh-Dole Act, approvato negli Stati Uniti nel 1980, che consentì alle università di possedere e concedere in licenza invenzioni derivanti da ricerca finanziata con fondi federali. Nei due decenni successivi, la brevettazione universitaria negli Usa aumentò di circa dieci volte e nacquero migliaia di imprese provenienti dalle università”. L’ex banchiere centrale ha chiosato: “Alcuni paesi europei come la Germania e la Danimarca si sono dotati di strumenti analoghi, ma disporre di un quadro europeo potrebbe accelerare la commercializzazione della ricerca specie in vista degli interventi di completamento del mercato unico. Queste riforme sarebbero particolarmente efficaci qui in Italia, dove il tessuto imprenditoriale è molto più dinamico di quanto suggeriscano alcuni stereotipi”.

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